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6 gennaio 2012

Avvistamento Pericoloso

ATTENZIONE: Comunicato speciale.

È stato avvistata nei dintorni di Padova una pericolosa bestia che fa scempio di animali domestici e capre. Questo feroce soggetto corrisponde all’identikit fornito dal conduttore di Voyager, R. Giacobbo: il leggendario chupacabras.

Giacobbo spiega diffusamente in una puntata del proprio programma come il chupacabras, privo di dentatura anteriore, utilizzi i fori che ha sul palato per dissanguare completamente le proprie vittime.

Gli esperti sostengono che questo esemplare, quasi sicuramente femmina, sia emigrato dall'America del Sud in cerca di un clima più favorevole. Giunto in pianura Padana, le nebbie e l’umidità hanno ricreato perfettamente le condizioni adatte alla proliferazione di questa specie. Infatti il tempo uggioso di molte zone di periferia permette inquietanti avvistamenti, sfocati ed incerti, che rendono la pianura Padana il nuovo habitat del chupacabras.

Ed è subito caccia al Mostro. Ma gli animalisti e la lega PAF (Protezione Animali Fantastici) annunciano guerra a chi “solamente proverà a toccare un animale indifeso, spinto lontano dalla propria terra a causa dell’effetto serra”.

Giorgio Piazza

5 gennaio 2012

R.S.V.P.


(Fonte: Gotha di dicembre, Silvia Piccin)

"Come al solito dovevano essere “pochi intimi” quelli che Alessandra ha voluto vicino a sè per festeggiare una data importante!!!! Ovviamente casa Dalle Ore traboccava di amici veronesi e tanti altri giunti da Udine, da Roma, da Milano e da ogni località in cui la vulcanica, instancabile, generosa e davvero speciale Alessandra è passata, lasciando il suo segno indelebile. In un video scorrevano le immagini più belle della sua vita, preparato con amore dal marito Giorgio, una splendida ed emozionante sorpresa".
Auguri, in ritardo!

30 dicembre 2011

R.S.V.P.

(Fonte: Gotha di dicembre, di Katia Rossi)

"Tra musica, piume di struzzo, seduzione, calze a rete retrò, ironia, pin up e gioco, la vedette del Burlesque Kitty Bang Bang, direttamente da Londra, si è esibita a Padova nell’elegante cocktail organizzato da Cafè Collant. Numerose le clienti, qualcuna accompagnata dal marito, tutti affascinati da una performance ‘osè’, fatte di movimenti sensuali, colori vivaci e splendidi accessori sexy".

29 dicembre 2011

Rassegna stampa

Il milleunesimo garibaldino. Ermanno Cavazzoni, La Domenica del Sole 24 Ore.

Ho sentito dire che è l'anniversario dell'Unità d'Italia, anzi ho sentito dire che finalmente l'anniversario è finito e tutti si sono sfogati, per cui da dire ci sarebbe rimasto poco; e su quel poco sarebbe meglio soprassedere, casomai tenerlo per il duecento cinquantenario.
Però c'è un piccolo fatto che riguarda l'Unità d'Italia che nessuno ha notato o ha voluto notare; e più precisamente il piccolo fatto è accaduto durante l'impresa dei Mille, bellissima avventura sotto ogni aspetto; ma c'era uno dei mille, forse il milleunesimo, che non la pensava così. Non è un fatto che m'invento: prendete Abba (Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, straordinario diario della spedizione), le due navi sono salpate da poco da Genova, l'impresa è appena cominciata, quando si sente gridare: «Un uomo in mare!». L'uomo, dice Abba, appariva già lontano, lottava con le onde; «Macchina indietro!»; viene calata una lancia, lo raggiungono, vien ripescato. «Dicono sia genovese». L'incidente accade il 6 maggio 1860. Poi le navi fanno sosta a Talamone in Toscana, e ripartono; e il 10 maggio, scrive ancora Abba, «uno dei nostri si è gettato in mare. Si dice sia lo stesso dell'altra volta». Allora non è stata una disgrazia! c'è qualcuno che per due volte si è voluto annegare. Lo ripescano, Bixio è furibondo per il tempo perso, gli tolgono i vestiti bagnati, poi lo chiudono in una cabina con una coperta addosso.
Ma come? Uno dei Mille, uno partito per questa enorme avventura, che nessuno aveva costretto, un volontario che voleva far l'unità d'Italia, per due volte si butta in mare pur di non andare oltre! Il fatto è raccontato anche da Bandi, ufficiale garibaldino, nel suo bel libro I Mille: «Un uomo in mare!», si ferman le macchine, viene calato un canotto, lo riportano a bordo, è lo stesso che si era buttato il primo giorno di navigazione; gli fanno vomitare tutta l'acqua che aveva bevuto. Dicono che non aveva il cervello sano, aggiunge Bandi, che voleva fuggire, «che si lagnava di certe visioni che gli balzavano dinnanzi agli occhi». Pure Garibaldi nelle sue Memorie lo cita, segno che la cosa ha impressionato tanti; Garibaldi dice che c'era un tale a bordo «che aveva la mania di volersi annegare», per due volte tentò di farlo, ma appena sentiva la freschezza dell'acqua, scrive Garibaldi, cambiava idea e nuotava come un pesce verso i soccorritori. (Continua).

28 dicembre 2011

Il fumetto: storia di un genere minore

Se è vero che persino Hugo Pratt, l’indiscusso e celebrato padre del fumetto italiano, fu costretto a difendersi dalle critiche della maggior parte degli intellettuali nostrani, che lo accusavano di dare vita ad un’arte superflua, proclamando il suo “desiderio di essere inutile”, si può ben capire quanto il conflitto tra sostenitori e detrattori del fumetto abbia radici profonde e ben radicate nella cultura del nostro tempo.
Le “strisce” sono infatti da sempre considerate un genere minore, un sottoprodotto di altre arti (pittura, cinema, letteratura) poco appetibile per un pubblico dotto e, soprattutto, poco utile, appunto.
Si può provare a individuare la ragione di tale luogo comune (estremamente diffuso) nella storia di questo genere e più precisamente nelle sue origini.
Ignorando le teorie secondo le quali i progenitori del fumetto sarebbero addirittura i graffiti primitivi, le prime sequenze illustrate a noi note risultano essere quelle del ginevrino Rudolphe Töpffer, datate 1827.
È certo poi che questi si ispirò a sua volta a due suoi predecessori: William Hogarth, incisore e autore di stampe satiriche della prima metà del ‘700, al quale “sottrasse” l’idea di una storia raccontata attraverso i disegni e Thomas Rowlandson, disegnatore della seconda metà del XVIII secolo, dal quale prese invece il segno caricaturale che poi nel corso degli anni perfezionò sempre più.
Ma sono altri due gli autori (che succedono di poco a Töpffer ) che ci consentono un importante indizio per spiegare le cause del discredito dei grandi intellettuali nei confronti del fumetto: Wilhelm Busch ed Heinrich Hoffmann, entrambi tedeschi.
Questi sono i padri di due storie molto simili: Max un Moritz (1865) e Struwwelpeter (1845,tradotto in italiano con Pierino Porcospino), che narrano le vicende di alcuni monellacci i quali, attraverso le loro ripetute malefatte, davano appropriate indicazioni (illustrate, naturalmente) riguardo a ciò che un fanciullo dai tre ai sei anni non avrebbe assolutamente dovuto fare.
L’intento pedagogico di tali opere e l’età (molto bassa) dei destinatari delle stesse possono insomma far comprendere come il fumetto venga storicamente associato ad un pubblico estremamente giovane.
Associazione giustificata peraltro da grossa parte della produzione fumettistica del ‘900 che con Topolino e gli altri personaggi Disney, Popeye, Snoopy, Tex e via dicendo è parsa effettivamente trovarsi maggiormente a suo agio con un pubblico meno “esigente”.
È solo con Will Eisner, Bob Kane (Batman), Alan Moore, Frank Miller e Art Spiegelmen (e in casa nostra Pratt, Crepax, Manara, Pazienza) che il fumetto vira verso “qualcosa di più di un semplice passatempo” e cerca uno spessore contenutistico e intellettuale maggiore.
A ulteriore credito di queste considerazioni va poi aggiunta la valutazione che effettivamente le immagini risultino essere più facili e intuitive rispetto ad altre forme comunicative e allora una storia fatta di disegni sarà (in genere) di più agevole comprensione rispetto ad una stessa fatta di parole.
E molto spesso i più dotti sembrano aborrire le realtà semplici e paiono reputare maggiormente degno ingarbugliare un poco le cose.
L. I.