(Parte seconda, ignoro l'autore, Il Sole 24 Ore, Riproduzione riservata)
Ma non solo nel momento iniziale l'autore di racconti deve avere l'energia – e l'anima – del centometrista. Dal momento che la storia deve espandersi e «sfuggire al suo destino di brevità», come scrive un'altra maestra della materia cioè Flannery O'Connor, lo scatto è necessario in ogni fase della corsa. Scatto mentale, polimorfismo della scrittura. Se Kafka racconta la vicenda fantastica del suo insetto con un realismo minuzioso tanto che alla fine di casa Samsa conosciamo ogni mobile e abitante, nel Cappotto Nicolaj Gogol' entro lo spazio di poche righe travolge il crudo realismo della sua narrazione con l'inaspettata irruzione di un fantasma: il suo protagonista da impiegato umiliato e maltrattato in vita si trasforma, dopo la morte, in uno spettro temuto e trionfante. Carver diceva che un racconto si può «leggere e scrivere in una sola seduta». Mi sembra vero per quel che riguarda la lettura – è una delle seduzioni non secondarie di questo genere letterario – ma molto meno per quel che riguarda la scrittura (lui stesso del resto ammette che ognuna delle sue short story, sia pure stesa in una sola seduta, lo obbligava a un altissimo numero di revisioni). Perché chi scrive un racconto si accolla la responsabilità di non lasciar mai cadere la tensione e non può permettersi tempi morti, come può invece l'autore di romanzi, al quale il lettore perdona qualche pagina un po' debole o qualche raccordo goffo (non troppi, ovviamente) perché confida, come confida il romanziere, nel tempo lungo dell'azione. Per questo un racconto è facile da leggere, difficile da scrivere. Ed è per la sua capacità di tensione e la sua densità che spesso a un racconto si attribuisce, all'interno di una letteratura, un valore germinale. Dal Cappotto di Gogol si dice che nasca la grande letteratura ottocentesca russa, ma infinite storie sono nate dagli «appunti per un delirio» di Edgar Allan Poe e infinita ispirazione dall'«eresia» di Bartleby lo scrivano di Melville o dalle «mostruosità effimere» di Kafka.
Così polimorfo il racconto, così misteriosa la sua formula, che per quante analisi ne sono state fatte e definizioni tentate ognuno è un caso a sé e rappresenta sempre l'eccezione rispetto alla regola. Per fare un solo esempio, impossibile trattare come un modello esclusivo la perfetta scrittura tutta azione e dialoghi di un Hemingway o di un Carver se si conosce lo stile meditativo dei meravigliosi racconti di Elias Canetti raccolti in Le voci di Marrakesh. Niente azione né dialoghi, solo figure sfuggenti, apparizioni, luce, silenzi. Come in La donna alla grata: una stradina, un uomo che passeggia, un volto femminile intravisto dietro l'inferriata di una finestra, un mormorio cantilenante bastano allo scrittore per lanciare al lettore la sua sfida narrativa.
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6 gennaio 2012
5 gennaio 2012
Il racconto è superiore al romanzo?
Prima parte (Il Sole 24 Ore, non ricordo la data, tutti i diritti riservati)
Nel 1986 rivolsero a Giorgio Manganelli una domanda «maliziosa, disonesta, intellettualmente losca e improponibile», che suonava così: «Che cosa non è un racconto?», dove davvero losco era quel "non" che imprigionava la risposta. Lo scrittore però non si intimidì e rispose con tutta la sua irruenza di geniale connaisseur della letteratura. Stabilito che persino una ricetta dell'Artusi o la guida del telefono hanno una contorta parentela con tale genere narrativo, l'unica certezza possibile e conclusione accettabile gli parve quella che asseriva una lapalissiana eppure fragile verità: il racconto non è un romanzo. Manganelli naturalmente non si fermò qui, suggerendo per via negativa alcune preziose indicazioni: «Un romanzo si può scrivere solo rinunciando alle minuscole, ripetitive eresie dei racconti; le mostruosità effimere, le frettolose perversioni, gli appunti per un delirio». Perché se «il romanzo è impresa monoteistica», il racconto invece è per sua natura profonda sempre «polimorfo». E questo, potrei aggiungere con tutti gli appassionati del racconto, è la ragione del suo fascino intramontabile attraverso epoche differenti. Non la brevità, non la sobrietà, ma la mutevolezza dei suoi percorsi. Fatta salva un'unica condizione che è meglio riassumere con le parole di uno che se ne intendeva, Raymond Carver: «Adoro il salto rapido che c'è in un buon racconto, l'emozione che spesso ha inizio sin dalla prima frase...».
Rapidità ed emozione sono parole chiave: se un romanzo lo si può affrontare con calma, pazientando su una iniziale difficoltà, con un racconto non si può tergiversare, e l'autore lo sa: cominci a leggere e, se non sei dentro, sei fuori. Per questo, credo, certi racconti hanno incipit memorabili, come i tre che ora propongo. «Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato in un enorme insetto». Chi ha letto La metamorfosi di Franz Kafka difficilmente può dimenticare il salto rapido che il suo inizio prospetta. Così sapiente e così tendenzioso che fin da queste prime parole sappiamo che ci muoveremo tra l'assoluta realtà – il concreto insetto nella sua enormità – e il mondo misterioso e fantastico dei «sogni inquieti». Ma queste celebri righe sono per me meno perturbanti di quelle che propone ad apertura di una sua esemplare short story un altro maestro del racconto: «Era ora di colazione, e tutti sedevano sotto le due ali verdi della tenda da pranzo come se non fosse accaduto nulla». Quel «come se non fosse accaduto nulla» con cui Ernest Hemingway apre La breve vita felice di Francis Macomber sono un perverso segnale d'allarme che non permette al lettore di tirarsi indietro. Il terzo incipit che non ho mai dimenticato suona così: «Con la disperazione – gelida, acuta disperazione – conficcata in fondo al cuore come un perfido coltello, Miss Meadows, con toga, tocco e bacchetta in mano, percorreva i freddi corridoi che portavano alla sala da musica». Questo, della Lezione di canto di Katherine Mansfield, non è solo un salto rapido, è un vero concentrato di informazioni che ci trascina, come un forte vento improvviso, nel cuore di una situazione: musica e disperazione, una bacchetta in mano e un coltello conficcato nel cuore. Cosa sta succedendo a Miss Meadows? (Continua).
Nel 1986 rivolsero a Giorgio Manganelli una domanda «maliziosa, disonesta, intellettualmente losca e improponibile», che suonava così: «Che cosa non è un racconto?», dove davvero losco era quel "non" che imprigionava la risposta. Lo scrittore però non si intimidì e rispose con tutta la sua irruenza di geniale connaisseur della letteratura. Stabilito che persino una ricetta dell'Artusi o la guida del telefono hanno una contorta parentela con tale genere narrativo, l'unica certezza possibile e conclusione accettabile gli parve quella che asseriva una lapalissiana eppure fragile verità: il racconto non è un romanzo. Manganelli naturalmente non si fermò qui, suggerendo per via negativa alcune preziose indicazioni: «Un romanzo si può scrivere solo rinunciando alle minuscole, ripetitive eresie dei racconti; le mostruosità effimere, le frettolose perversioni, gli appunti per un delirio». Perché se «il romanzo è impresa monoteistica», il racconto invece è per sua natura profonda sempre «polimorfo». E questo, potrei aggiungere con tutti gli appassionati del racconto, è la ragione del suo fascino intramontabile attraverso epoche differenti. Non la brevità, non la sobrietà, ma la mutevolezza dei suoi percorsi. Fatta salva un'unica condizione che è meglio riassumere con le parole di uno che se ne intendeva, Raymond Carver: «Adoro il salto rapido che c'è in un buon racconto, l'emozione che spesso ha inizio sin dalla prima frase...».
Rapidità ed emozione sono parole chiave: se un romanzo lo si può affrontare con calma, pazientando su una iniziale difficoltà, con un racconto non si può tergiversare, e l'autore lo sa: cominci a leggere e, se non sei dentro, sei fuori. Per questo, credo, certi racconti hanno incipit memorabili, come i tre che ora propongo. «Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato in un enorme insetto». Chi ha letto La metamorfosi di Franz Kafka difficilmente può dimenticare il salto rapido che il suo inizio prospetta. Così sapiente e così tendenzioso che fin da queste prime parole sappiamo che ci muoveremo tra l'assoluta realtà – il concreto insetto nella sua enormità – e il mondo misterioso e fantastico dei «sogni inquieti». Ma queste celebri righe sono per me meno perturbanti di quelle che propone ad apertura di una sua esemplare short story un altro maestro del racconto: «Era ora di colazione, e tutti sedevano sotto le due ali verdi della tenda da pranzo come se non fosse accaduto nulla». Quel «come se non fosse accaduto nulla» con cui Ernest Hemingway apre La breve vita felice di Francis Macomber sono un perverso segnale d'allarme che non permette al lettore di tirarsi indietro. Il terzo incipit che non ho mai dimenticato suona così: «Con la disperazione – gelida, acuta disperazione – conficcata in fondo al cuore come un perfido coltello, Miss Meadows, con toga, tocco e bacchetta in mano, percorreva i freddi corridoi che portavano alla sala da musica». Questo, della Lezione di canto di Katherine Mansfield, non è solo un salto rapido, è un vero concentrato di informazioni che ci trascina, come un forte vento improvviso, nel cuore di una situazione: musica e disperazione, una bacchetta in mano e un coltello conficcato nel cuore. Cosa sta succedendo a Miss Meadows? (Continua).
31 dicembre 2011
Rassegna stampa
Il milleunesimo garibaldino- III parte. Ermanno Cavazzoni, La Domenica del Sole 24 Ore.
Cosa significa? Significa, credo, che se la ragione si fosse impossessata dei Mille, cioè se per disgrazia tutti avessero visto con occhio lucido la situazione, avrebbero fatto come aveva fatto quel tipo, si sarebbero gettati, e Bixio e Garibaldi in due chissà se sarebbero riusciti a fare l'Italia. Però la storia andò diversamente, Garibaldi era un grande improvvisatore e inventore; e risultò così che quel singolare personaggio, quell'anomalo garibaldino aveva torto. Ma non sono mai riuscito a sapere chi era, se per caso aveva tenuto un diario, come Cesare Abba, tutto però disfattista e all'incontrario: «… Mi sono imbarcato in una pazzia… qui nessuno ha il cervello a posto… è la nave dei folli… si grida all'unità… unità di che cosa?»; invece nulla, non un rigo, nessuna dichiarazione, non è neppure nell'elenco dei Mille, anche se è sicuro che nell'impresa c'era, però dico che a suo modo è stato un eroe, l'eroe solitario delle cause perse, c'è qualcosa in lui di affascinante e disperato, che ha a che fare con i deliri umani, solitari e collettivi.
Cosa significa? Significa, credo, che se la ragione si fosse impossessata dei Mille, cioè se per disgrazia tutti avessero visto con occhio lucido la situazione, avrebbero fatto come aveva fatto quel tipo, si sarebbero gettati, e Bixio e Garibaldi in due chissà se sarebbero riusciti a fare l'Italia. Però la storia andò diversamente, Garibaldi era un grande improvvisatore e inventore; e risultò così che quel singolare personaggio, quell'anomalo garibaldino aveva torto. Ma non sono mai riuscito a sapere chi era, se per caso aveva tenuto un diario, come Cesare Abba, tutto però disfattista e all'incontrario: «… Mi sono imbarcato in una pazzia… qui nessuno ha il cervello a posto… è la nave dei folli… si grida all'unità… unità di che cosa?»; invece nulla, non un rigo, nessuna dichiarazione, non è neppure nell'elenco dei Mille, anche se è sicuro che nell'impresa c'era, però dico che a suo modo è stato un eroe, l'eroe solitario delle cause perse, c'è qualcosa in lui di affascinante e disperato, che ha a che fare con i deliri umani, solitari e collettivi.
30 dicembre 2011
Rassegna stampa
Il milleunesimo garibaldino- II parte- (Ermanno Cavazzoni, La Domenica del Sole 24 Ore)
Alexandre Dumas nella sua cronaca della spedizione (Les garibaldiens, 1861) riferisce che questo tale si getta addirittura tre volte, «– È vivo? – domandano cinquecento voci. – Vivo! – risposero dalla lancia. – Bravi – urlò Garibaldi – se fosse annegato sarebbe stata una jettatura». «Non m'invento nulla», sono le parole di Dumas, il grande scrittore; sul numero forse esagera un po'. Ma tre volte o due volte, più o meno come si vede le fonti concordano. Garibaldi dimostra un leggero cinismo. Bandi dice che aveva due grandi occhi da spiritato, lo chiama pazzacchione. Può darsi lo fosse. Però si viene a sapere che il primo tuffo lo effettua quando si scopre che a bordo ci sono mille fucili ma non ci sono le cartucce, neanche una, non sono state imbarcate, e non c'è neanche carbone bastante per arrivare in Sicilia. Com'è possibile? Voi direte. Beh, è l'approssimazione italiana, che si rivela fin dalle origini. Bandi dice che quel tale si butta perché «non aveva cuore» di affrontare i nemici. Io dico che affrontare i nemici senza cartucce… non so, l'approssimazione in questo caso forse è un po' troppa; ci vuole una gran fantasia partir per la guerra con i fucili scarichi, come fossero fucili per finta; a quel punto con mille scope da cavalcare si poteva inventare un'armata di cavalleria, magari i borbonici si impressionavano, essendo napoletani, cioè notoriamente dei fantasiosi; magari scappavano, anche magari solo per il fatto di veder mille uomini adulti su delle scope e con delle apparenze di schioppi, Garibaldi in queste astuzie era un mago, nel far credere quel che non era, perciò è sempre rimasto simpatico, il contrario di un generale prussiano, che calcola tutto, ma poi il mondo non coincide col calcolo. Però nel caso delle cartucce era stato Garibaldi per la verità a esser fregato; le aveva regolarmente pagate, dicono avesse tirato sul prezzo, e i contrabbandieri di Genova non le hanno consegnate, e, dice Bandi, nel trasportarle dallo scoglio di Quarto alla nave, in quel poco tratto di tempo, avevano trovato un altro a cui venderle. Doppio profitto. È incominciata così l'Unità d'Italia, con un giro di piccole truffe. Quindi se c'era a bordo una mente razionale, che vedeva l'impresa con occhio lucido, io credo che si sarebbe gettato; tenuto anche conto che senza carbone non si va lontano, anzi si naufraga, o si è preda delle navi nemiche. Garibaldi dice che sarebbe stata una jettatura. (Continua).
Alexandre Dumas nella sua cronaca della spedizione (Les garibaldiens, 1861) riferisce che questo tale si getta addirittura tre volte, «– È vivo? – domandano cinquecento voci. – Vivo! – risposero dalla lancia. – Bravi – urlò Garibaldi – se fosse annegato sarebbe stata una jettatura». «Non m'invento nulla», sono le parole di Dumas, il grande scrittore; sul numero forse esagera un po'. Ma tre volte o due volte, più o meno come si vede le fonti concordano. Garibaldi dimostra un leggero cinismo. Bandi dice che aveva due grandi occhi da spiritato, lo chiama pazzacchione. Può darsi lo fosse. Però si viene a sapere che il primo tuffo lo effettua quando si scopre che a bordo ci sono mille fucili ma non ci sono le cartucce, neanche una, non sono state imbarcate, e non c'è neanche carbone bastante per arrivare in Sicilia. Com'è possibile? Voi direte. Beh, è l'approssimazione italiana, che si rivela fin dalle origini. Bandi dice che quel tale si butta perché «non aveva cuore» di affrontare i nemici. Io dico che affrontare i nemici senza cartucce… non so, l'approssimazione in questo caso forse è un po' troppa; ci vuole una gran fantasia partir per la guerra con i fucili scarichi, come fossero fucili per finta; a quel punto con mille scope da cavalcare si poteva inventare un'armata di cavalleria, magari i borbonici si impressionavano, essendo napoletani, cioè notoriamente dei fantasiosi; magari scappavano, anche magari solo per il fatto di veder mille uomini adulti su delle scope e con delle apparenze di schioppi, Garibaldi in queste astuzie era un mago, nel far credere quel che non era, perciò è sempre rimasto simpatico, il contrario di un generale prussiano, che calcola tutto, ma poi il mondo non coincide col calcolo. Però nel caso delle cartucce era stato Garibaldi per la verità a esser fregato; le aveva regolarmente pagate, dicono avesse tirato sul prezzo, e i contrabbandieri di Genova non le hanno consegnate, e, dice Bandi, nel trasportarle dallo scoglio di Quarto alla nave, in quel poco tratto di tempo, avevano trovato un altro a cui venderle. Doppio profitto. È incominciata così l'Unità d'Italia, con un giro di piccole truffe. Quindi se c'era a bordo una mente razionale, che vedeva l'impresa con occhio lucido, io credo che si sarebbe gettato; tenuto anche conto che senza carbone non si va lontano, anzi si naufraga, o si è preda delle navi nemiche. Garibaldi dice che sarebbe stata una jettatura. (Continua).
29 dicembre 2011
Rassegna stampa
Il milleunesimo garibaldino. Ermanno Cavazzoni, La Domenica del Sole 24 Ore.
Ho sentito dire che è l'anniversario dell'Unità d'Italia, anzi ho sentito dire che finalmente l'anniversario è finito e tutti si sono sfogati, per cui da dire ci sarebbe rimasto poco; e su quel poco sarebbe meglio soprassedere, casomai tenerlo per il duecento cinquantenario.
Però c'è un piccolo fatto che riguarda l'Unità d'Italia che nessuno ha notato o ha voluto notare; e più precisamente il piccolo fatto è accaduto durante l'impresa dei Mille, bellissima avventura sotto ogni aspetto; ma c'era uno dei mille, forse il milleunesimo, che non la pensava così. Non è un fatto che m'invento: prendete Abba (Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, straordinario diario della spedizione), le due navi sono salpate da poco da Genova, l'impresa è appena cominciata, quando si sente gridare: «Un uomo in mare!». L'uomo, dice Abba, appariva già lontano, lottava con le onde; «Macchina indietro!»; viene calata una lancia, lo raggiungono, vien ripescato. «Dicono sia genovese». L'incidente accade il 6 maggio 1860. Poi le navi fanno sosta a Talamone in Toscana, e ripartono; e il 10 maggio, scrive ancora Abba, «uno dei nostri si è gettato in mare. Si dice sia lo stesso dell'altra volta». Allora non è stata una disgrazia! c'è qualcuno che per due volte si è voluto annegare. Lo ripescano, Bixio è furibondo per il tempo perso, gli tolgono i vestiti bagnati, poi lo chiudono in una cabina con una coperta addosso.
Ma come? Uno dei Mille, uno partito per questa enorme avventura, che nessuno aveva costretto, un volontario che voleva far l'unità d'Italia, per due volte si butta in mare pur di non andare oltre! Il fatto è raccontato anche da Bandi, ufficiale garibaldino, nel suo bel libro I Mille: «Un uomo in mare!», si ferman le macchine, viene calato un canotto, lo riportano a bordo, è lo stesso che si era buttato il primo giorno di navigazione; gli fanno vomitare tutta l'acqua che aveva bevuto. Dicono che non aveva il cervello sano, aggiunge Bandi, che voleva fuggire, «che si lagnava di certe visioni che gli balzavano dinnanzi agli occhi». Pure Garibaldi nelle sue Memorie lo cita, segno che la cosa ha impressionato tanti; Garibaldi dice che c'era un tale a bordo «che aveva la mania di volersi annegare», per due volte tentò di farlo, ma appena sentiva la freschezza dell'acqua, scrive Garibaldi, cambiava idea e nuotava come un pesce verso i soccorritori. (Continua).
Ho sentito dire che è l'anniversario dell'Unità d'Italia, anzi ho sentito dire che finalmente l'anniversario è finito e tutti si sono sfogati, per cui da dire ci sarebbe rimasto poco; e su quel poco sarebbe meglio soprassedere, casomai tenerlo per il duecento cinquantenario.
Però c'è un piccolo fatto che riguarda l'Unità d'Italia che nessuno ha notato o ha voluto notare; e più precisamente il piccolo fatto è accaduto durante l'impresa dei Mille, bellissima avventura sotto ogni aspetto; ma c'era uno dei mille, forse il milleunesimo, che non la pensava così. Non è un fatto che m'invento: prendete Abba (Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, straordinario diario della spedizione), le due navi sono salpate da poco da Genova, l'impresa è appena cominciata, quando si sente gridare: «Un uomo in mare!». L'uomo, dice Abba, appariva già lontano, lottava con le onde; «Macchina indietro!»; viene calata una lancia, lo raggiungono, vien ripescato. «Dicono sia genovese». L'incidente accade il 6 maggio 1860. Poi le navi fanno sosta a Talamone in Toscana, e ripartono; e il 10 maggio, scrive ancora Abba, «uno dei nostri si è gettato in mare. Si dice sia lo stesso dell'altra volta». Allora non è stata una disgrazia! c'è qualcuno che per due volte si è voluto annegare. Lo ripescano, Bixio è furibondo per il tempo perso, gli tolgono i vestiti bagnati, poi lo chiudono in una cabina con una coperta addosso.
Ma come? Uno dei Mille, uno partito per questa enorme avventura, che nessuno aveva costretto, un volontario che voleva far l'unità d'Italia, per due volte si butta in mare pur di non andare oltre! Il fatto è raccontato anche da Bandi, ufficiale garibaldino, nel suo bel libro I Mille: «Un uomo in mare!», si ferman le macchine, viene calato un canotto, lo riportano a bordo, è lo stesso che si era buttato il primo giorno di navigazione; gli fanno vomitare tutta l'acqua che aveva bevuto. Dicono che non aveva il cervello sano, aggiunge Bandi, che voleva fuggire, «che si lagnava di certe visioni che gli balzavano dinnanzi agli occhi». Pure Garibaldi nelle sue Memorie lo cita, segno che la cosa ha impressionato tanti; Garibaldi dice che c'era un tale a bordo «che aveva la mania di volersi annegare», per due volte tentò di farlo, ma appena sentiva la freschezza dell'acqua, scrive Garibaldi, cambiava idea e nuotava come un pesce verso i soccorritori. (Continua).
Topi
Francesco Santoianni, Topi (Giunti)
Topi presenti a Roma in questo momento: quindici milioni. A Milano: venti milioni. A Napoli: dieci milioni (stime prudenziali). In tutt'Italia, secondo il settimanale "Oggi": mezzo miliardo. Questi animali sono o non sono malati di peste? Risposta degli esperti: lo sono. Come mai la peste non li stermina definitivamente (e con loro se stessa)? Perchè si riproducono a grande velocità; perchè alcuni ne guariscono e quelli che guariscono producono esemplari resistenti eccetera. Come mai a Roma, Milano, Napoli non c'è la peste? Perchè tra uomo, topo e pulce non c'è oggi (in Occidente) promiscuità. Gli uomini stanno sopra e i topi stanno sotto e hanno da mangiare rifiuti in abbondanza (in Italia: venti milioni di tonnellate l'anno). Se l'uomo, come talvolta pensa di fare, dichiarasse guerra ai topi per cacciarli dai loro sotterranei, allora i topi, gli ultimi topi, venendo alla luce gli attaccherebbero il male. In alcun modo i topi possono essere sterminati sino all'ultimo: almeno uno, e magari femmina, sopravviverà.
Topi presenti a Roma in questo momento: quindici milioni. A Milano: venti milioni. A Napoli: dieci milioni (stime prudenziali). In tutt'Italia, secondo il settimanale "Oggi": mezzo miliardo. Questi animali sono o non sono malati di peste? Risposta degli esperti: lo sono. Come mai la peste non li stermina definitivamente (e con loro se stessa)? Perchè si riproducono a grande velocità; perchè alcuni ne guariscono e quelli che guariscono producono esemplari resistenti eccetera. Come mai a Roma, Milano, Napoli non c'è la peste? Perchè tra uomo, topo e pulce non c'è oggi (in Occidente) promiscuità. Gli uomini stanno sopra e i topi stanno sotto e hanno da mangiare rifiuti in abbondanza (in Italia: venti milioni di tonnellate l'anno). Se l'uomo, come talvolta pensa di fare, dichiarasse guerra ai topi per cacciarli dai loro sotterranei, allora i topi, gli ultimi topi, venendo alla luce gli attaccherebbero il male. In alcun modo i topi possono essere sterminati sino all'ultimo: almeno uno, e magari femmina, sopravviverà.
28 dicembre 2011
Il mestiere della rosa
I fiori- Palazzeschi
[...] Oh! com' è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
-Zz...Zz
-Che c' è?
-Zz...Zz...
-Chi è?
M' avvicinai donde veniva il segnale,
all' angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
-Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
-Ma tu chi sei? Che fai?
-Bella, sono una rosa,
non m' hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
-Te?
-Io, sì, che male c' è?
-Una rosa!
-Una rosa, perchè?
All' angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
-Oh!
-Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono...e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
E' ancor miglior partito
farsi pagar l' amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell' oca dell' ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
-Oh! Oh!
- Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? E' un pederasta.
-No! No! Non più! Basta
-Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
-Anche voi!
-Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
-Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
-E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
-Nell' ora sì fugace che v' è data...
-E la medesima violetta,
beghina d' ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi...all' ombra dell' erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
-misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
-Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell' ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!
[...] Oh! com' è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
-Zz...Zz
-Che c' è?
-Zz...Zz...
-Chi è?
M' avvicinai donde veniva il segnale,
all' angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
-Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
-Ma tu chi sei? Che fai?
-Bella, sono una rosa,
non m' hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
-Te?
-Io, sì, che male c' è?
-Una rosa!
-Una rosa, perchè?
All' angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
-Oh!
-Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono...e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...
Che cara famigliola!
E' ancor miglior partito
farsi pagar l' amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell' oca dell' ortensia,
senza nessun costrutto,
fa sì finir tutto
da quel coglione del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
-Oh! Oh!
- Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? E' un pederasta.
-No! No! Non più! Basta
-Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
-Anche voi!
-Che maraviglia!
Lesbica è la vaniglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
-Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
-E la violaciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
-Nell' ora sì fugace che v' è data...
-E la medesima violetta,
beghina d' ogni fiore?
fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi...all' ombra dell' erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
-misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
-Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell' ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!
Rassegna stampa
SE STEVE JOBS FOSSE STATO ITALIANO AVREBBE FATTO IL GARAGISTA (Le Monde, Francia, tratto dal blog: antoniomenna.wordpress.com). Se Steve Jobs fosse stato napoletano, si sarebbe chiamato Stefano Lavori e il suo amico Steve Wozniak, Stefano Vozzini. Così comincia la storia edificante, divertente e triste, scritta da Antonio Menna dopo la morte del fondatore di Apple il 5 ottobre. Come i loro modelli americani, i due ragazzi sono appassionati di tecnologia e si rinchiudono tutto il giorno in un garage per mettere a punto un modello di computer rivoluzionario "qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme".
A Napoli non c'è mica Mike Markkula per versare senza garanzia 250000 dollari per sostenere quella che non è altro che un'idea. Lavori e Vozzini fanno il giro di tutte le banche : "Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”. Come Jobs aveva venduto il suo van VW, i due Stefano vendono un motorino per acquistare i primi pezzi. Ma ecco che qualcuno sospettoso li denuncia alla polizia municipale, che irrompe nel loro garage: "La vostra attività è in regola? Prego esibire i documenti." Lavori e Vozzini provano a spiegare che si tratta di un laboratorio, niente da fare. Peggio, il garage non è conforme alle norme di sicurezza. Il giorno seguente arrivano i carabinieri. Poi la finanza e alla fine i NAS : "Con un ombra di vino ci si può arrangiare." Docili, Stefano e Stefano vendono il loro secondo motorino e le loro collezioni di fumetti.
Arrivano le prime domande. Bisogna fondare un'impresa. Dove trovare i capitali ? L'appuntamento è fissato con un consulente finanziario. "La vostra idea è formidabile ragazzi! Potremmo accaparrarci i fondi regionali. C'è bisogno di un po' di danaro per "oliare" il sistema. Ho un amico che potrebbe aiutarci in cambio di un regalino. Cosa ? Non avete nemmeno i soldi per pagarmi la parcella ? Ma chi vi credete ?".
Finchè un giorno bussano alla porta, è un camorrista: "sappiamo che state facendo soldi, mi sembra caso che sia arrivato il momento di darci qualcosa". Ecco il punto di rottura: se pagassero il pizzo non avrebbero abbastanza fondi per la loro attività. Se non li dessero, il loro garage verrebbe bruciato. Se denunciassero la mafia alla polizia, allora dovrebbero lasciare la Campania per sempre e se non lo facessero rischierebbero la prigione.
Lo scoraggiamento ha il sopravvento. I fondi della Regione non sono mai arrivati. Le tasse li hanno rovinati. Un giorno il padre di Stefano Lavori prende suo figlio da parte: "Svuota il garage e affittiamo posti macchina, sarà meglio." Da allora i due Stefano sono parcheggiatori, perchè se nasci nel posto sbagliato, anche se sei "affamato e folle" resti con la tua fame e la tua pazzia. Niente di più.
A Napoli non c'è mica Mike Markkula per versare senza garanzia 250000 dollari per sostenere quella che non è altro che un'idea. Lavori e Vozzini fanno il giro di tutte le banche : "Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”. Come Jobs aveva venduto il suo van VW, i due Stefano vendono un motorino per acquistare i primi pezzi. Ma ecco che qualcuno sospettoso li denuncia alla polizia municipale, che irrompe nel loro garage: "La vostra attività è in regola? Prego esibire i documenti." Lavori e Vozzini provano a spiegare che si tratta di un laboratorio, niente da fare. Peggio, il garage non è conforme alle norme di sicurezza. Il giorno seguente arrivano i carabinieri. Poi la finanza e alla fine i NAS : "Con un ombra di vino ci si può arrangiare." Docili, Stefano e Stefano vendono il loro secondo motorino e le loro collezioni di fumetti.
Arrivano le prime domande. Bisogna fondare un'impresa. Dove trovare i capitali ? L'appuntamento è fissato con un consulente finanziario. "La vostra idea è formidabile ragazzi! Potremmo accaparrarci i fondi regionali. C'è bisogno di un po' di danaro per "oliare" il sistema. Ho un amico che potrebbe aiutarci in cambio di un regalino. Cosa ? Non avete nemmeno i soldi per pagarmi la parcella ? Ma chi vi credete ?".
Finchè un giorno bussano alla porta, è un camorrista: "sappiamo che state facendo soldi, mi sembra caso che sia arrivato il momento di darci qualcosa". Ecco il punto di rottura: se pagassero il pizzo non avrebbero abbastanza fondi per la loro attività. Se non li dessero, il loro garage verrebbe bruciato. Se denunciassero la mafia alla polizia, allora dovrebbero lasciare la Campania per sempre e se non lo facessero rischierebbero la prigione.
Lo scoraggiamento ha il sopravvento. I fondi della Regione non sono mai arrivati. Le tasse li hanno rovinati. Un giorno il padre di Stefano Lavori prende suo figlio da parte: "Svuota il garage e affittiamo posti macchina, sarà meglio." Da allora i due Stefano sono parcheggiatori, perchè se nasci nel posto sbagliato, anche se sei "affamato e folle" resti con la tua fame e la tua pazzia. Niente di più.
Se i pescecani fossero uomini- Bertolt Brecht
Bertolt Brecht:"Wenn die Haifische Menschen wären" (1948) - traduzione
"La figlioletta della padrona di casa chiese al signor K.: 'Se gli squali fossero uomini si comporterebbero meglio con i pesciolini?'
- Certo - rispose il signor K -. Se gli squali fossero uomini, farebbero costruire nel mare enormi casse per i pesciolini, con dentro ogni sorta d'alimenti, sia vegetali che animali. Si preoccuperebbero che le casse avessero sempre acqua fresca e adotterebbero ogni tipo di precauzioni sanitarie. Se, per esempio, un pesciolino morisse prematuramente, gli squali, affinché i pesciolini non si sentissero tristi, organizzerebbero di tanto in tanto delle grandi feste acquatiche, perché i pesci allegri hanno un miglior sapore di quelli malinconici. Ci sarebbero anche scuole per imparare a entrare nelle fauci degli squali. I pesciolini avrebbero bisogno di nozioni di geografia per localizzare meglio i grandi squali, che se ne vanno in giro bighellonando. L'essenziale sarebbe, naturalmente, la formazione morale dei pesciolini, si insegnerebbe loro che non c'è nulla di più grande e più bello per un pesciolino che sacrificarsi con allegria; si insegnerebbe pure ad aver fede negli squali ed a credere agli squali quando dicono che stanno preparando per i pesciolini un magnifico avvenire. Si farebbe capire ai pesciolini che tale avvenire è assicurato se impareranno ad obbedire. I pesciolini dovrebbero guardarsi bene dalle basse passioni, così come da qualsiasi inclinazione materialista, egoista o marxista. Se qualche pesciolino mostrasse similari tendenze, i suoi compagni dovrebbero comunicarlo immediatamente agli squali.
Naturalmente se gli squali fossero uomini si farebbero la guerra fra di loro per conquistare casse e pesciolini stranieri. Ogni squalo obbligherebbe i propri pesciolini a combattere in quelle guerre. E ogni squalo insegnerebbe ai suoi pesciolini che fra loro e i pesciolini degli altri squali esiste un'enorme differenza . Sebbene tutti i pesciolini siano muti, è certo che proclamerebbero che stanno zitti in molte lingue diverse e per questo non riusciranno mai a capirsi. Ad ogni pesciolino che ammazzasse in guerra un paio di pesciolini nemici, di quelli che stanno zitti in un'altra lingua, si consegnerebbe una medaglia d'alghe e si conferirebbe il titolo d'eroe. Se gli squali fossero uomini avrebbero pure una loro arte. Ci sarebbero bellissimi quadri nei quali sarebbero rappresentati i denti degli squali con colori meravigliosi e le loro fauci come veri giardini di ricreazione in cui è bello trastullarsi. I teatri sul fondo del mare mostrerebbero eroici pesciolini che entrano entusiasti nelle fauci degli squali e la musica sarebbe tanto bella che, ai suoi accordi, cullati dai pensieri più delicati, come in sogno, i pesciolini, preceduti dalla banda, si precipiterebbero a frotte in quelle fauci. Certo ci sarebbe pure una religione, se gli squali fossero uomini. Quella religione insegnerebbe che la vera vita comincia per i pesciolini nello stomaco degli squali. Inoltre, se gli squali fossero uomini, i pesciolini smetterebbero di essere tutti uguali, come sono adesso. Alcuni occuperebbero certi posti, che li collocherebbero sopra gli altri. A quei pesciolini che fossero un poco più grandi si permetterebbe pure di ingoiarsi i più piccoli. Gli squali vedrebbero questa prassi con piacere, dato che avrebbero più spesso dei grossi bocconi da mangiare. I pesciolini più grassi sarebbero quelli che occupano certi posti e s'incaricherebbero di mantenere l'ordine fra gli altri pesciolini, e diventerebbero maestri o ufficiali, ingegneri specializzati nella costruzione di casse, ecc. In una parola ci sarebbe finalmente nel mare una cultura, se gli squali fossero uomini".
"La figlioletta della padrona di casa chiese al signor K.: 'Se gli squali fossero uomini si comporterebbero meglio con i pesciolini?'
- Certo - rispose il signor K -. Se gli squali fossero uomini, farebbero costruire nel mare enormi casse per i pesciolini, con dentro ogni sorta d'alimenti, sia vegetali che animali. Si preoccuperebbero che le casse avessero sempre acqua fresca e adotterebbero ogni tipo di precauzioni sanitarie. Se, per esempio, un pesciolino morisse prematuramente, gli squali, affinché i pesciolini non si sentissero tristi, organizzerebbero di tanto in tanto delle grandi feste acquatiche, perché i pesci allegri hanno un miglior sapore di quelli malinconici. Ci sarebbero anche scuole per imparare a entrare nelle fauci degli squali. I pesciolini avrebbero bisogno di nozioni di geografia per localizzare meglio i grandi squali, che se ne vanno in giro bighellonando. L'essenziale sarebbe, naturalmente, la formazione morale dei pesciolini, si insegnerebbe loro che non c'è nulla di più grande e più bello per un pesciolino che sacrificarsi con allegria; si insegnerebbe pure ad aver fede negli squali ed a credere agli squali quando dicono che stanno preparando per i pesciolini un magnifico avvenire. Si farebbe capire ai pesciolini che tale avvenire è assicurato se impareranno ad obbedire. I pesciolini dovrebbero guardarsi bene dalle basse passioni, così come da qualsiasi inclinazione materialista, egoista o marxista. Se qualche pesciolino mostrasse similari tendenze, i suoi compagni dovrebbero comunicarlo immediatamente agli squali.
Naturalmente se gli squali fossero uomini si farebbero la guerra fra di loro per conquistare casse e pesciolini stranieri. Ogni squalo obbligherebbe i propri pesciolini a combattere in quelle guerre. E ogni squalo insegnerebbe ai suoi pesciolini che fra loro e i pesciolini degli altri squali esiste un'enorme differenza . Sebbene tutti i pesciolini siano muti, è certo che proclamerebbero che stanno zitti in molte lingue diverse e per questo non riusciranno mai a capirsi. Ad ogni pesciolino che ammazzasse in guerra un paio di pesciolini nemici, di quelli che stanno zitti in un'altra lingua, si consegnerebbe una medaglia d'alghe e si conferirebbe il titolo d'eroe. Se gli squali fossero uomini avrebbero pure una loro arte. Ci sarebbero bellissimi quadri nei quali sarebbero rappresentati i denti degli squali con colori meravigliosi e le loro fauci come veri giardini di ricreazione in cui è bello trastullarsi. I teatri sul fondo del mare mostrerebbero eroici pesciolini che entrano entusiasti nelle fauci degli squali e la musica sarebbe tanto bella che, ai suoi accordi, cullati dai pensieri più delicati, come in sogno, i pesciolini, preceduti dalla banda, si precipiterebbero a frotte in quelle fauci. Certo ci sarebbe pure una religione, se gli squali fossero uomini. Quella religione insegnerebbe che la vera vita comincia per i pesciolini nello stomaco degli squali. Inoltre, se gli squali fossero uomini, i pesciolini smetterebbero di essere tutti uguali, come sono adesso. Alcuni occuperebbero certi posti, che li collocherebbero sopra gli altri. A quei pesciolini che fossero un poco più grandi si permetterebbe pure di ingoiarsi i più piccoli. Gli squali vedrebbero questa prassi con piacere, dato che avrebbero più spesso dei grossi bocconi da mangiare. I pesciolini più grassi sarebbero quelli che occupano certi posti e s'incaricherebbero di mantenere l'ordine fra gli altri pesciolini, e diventerebbero maestri o ufficiali, ingegneri specializzati nella costruzione di casse, ecc. In una parola ci sarebbe finalmente nel mare una cultura, se gli squali fossero uomini".
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